Come elettore senza diritto di voto alle presidenziali d’Oltreatlantico ho visto uscire dalle urne le due Americhe già ben delineate e grintose. Rissose. Al punto che il candidato perdente ha stentato ad accettare la sconfitta, e il vincente ha dovuto attendere pazientemente che l’avversario si piegasse alla ragione. Come elettore immaginario è stato spontaneo escludere l’idea, insieme a molti altri europei senza voto, di puntare su Donald Trump. Quindi la decisione astratta non poteva che essere favorevole a Joe Biden. È stata la scelta naturale di un candidato normale anche di poco più della metà degli americani, e il loro voto, in gennaio, porterà Joe Biden alla Casa Bianca. Nel frattempo Trump dovrebbe avere sloggiato. Ma il trasloco non si annuncia facile.

Il voto del 3 novembre riflette anche l’evoluzione demografica in corso da tempo negli Stati Uniti e illustrata nel febbraio scorso dal Census Bureau (equivalente americano del nostro Istat). Secondo una pubblicazione di quell’istituto di statistica (“Le svolte demografiche negli Stati Uniti; proiezioni dal 2020 al 2060”) nei prossimi quattro decenni i “Bianchi soltanto”, come i demografi chiamano i Bianchi non di origine ispanica, quindi europea, non sarebbero più la maggioranza della popolazione americana. Dal 61,3% registrato nel 2016 scenderebbero al 44,3 % nel 2060. Ma è già vent’anni prima (tra il 2040 e il 2045) che si verificherebbe il cambiamento. La svolta annunciata è già in atto da un pezzo.

Dopo questa premessa, Sylvain Cypel, per anni corrispondente da New York e autore di “Un nuovo sogno americano”, sottolinea sul settimanale francese Le Un la forte ripresa del “nativismo”, vale a dire dell’ostilità all’arrivo di nuovi immigranti, dopo l’elezione di Barack Obama nel 2008. Dal primo anno della sua presidenza è nato il Tea Party, un movimento che non contava soltanto xenofobi e razzisti, ma che esprimeva i rancori stimolati dalla prima elezione di un “presidente nero”. Erano in molti a rifiutare l’elezione di Obama condiderandolo un “musulmano mascherato”. Otto anni dopo era la volta di Donald Trump, vincitore secondo il sistema elettorale americano, ma numericamente con 2,8 milioni di voti in meno rispetto all’avversario Hillary Clinton. Biden invece, sempre in termini di voti, ai primi di novembre ne avrebbe avuti circa cinque milioni in più. Calcolo ritenuto “un furto” dai trumpisti.

Chi sono coloro che costituiscono il cuore delle due Americhe? Per gli uni, dice Sylvain Cypel, gli Stati Uniti restano il Paese dei Bianchi, se possibile “Wasp“ (protestanti anglo-sassoni). Sono loro che li hanno creati e sono i depositari dei valori del continente. Nel suo primo discorso di candidato alla presidenza Trump ha definito, in particolare, i latinoamericani «trafficanti di droga, criminali e stupratori». Per gli altri, quelli dell’altra America, gli Stati Uniti sono invece il paese della diversità: l’immigrazione, unita alla presenza delle minoranze di vecchia origine, costituisce una ricchezza inestinabile. Questa è l’idea che esprime Joe Biden. L’opposizione è dunque radicale tra le due Americhe da quando, alla metà degli anni Sessanta, durante la forte ripresa economica, le leggi restrittive sull’immigrazione degli anni Venti furono abolite e sostituite da leggi più liberali. In mezzo secolo gli Stati Uniti hanno assorbito sessanta milioni di nuovi arrivati. Un milione e duecentomila all’anno. E non più di Europei, come prima, ma soprattutto di Latinoamericani, di Asiatici, uomini e donne dei Caraibi, Africani e Mediorientali.

L’America trumpista attira quelli che i demografi chiamano “Bianchi soltanto”. Ma non pochi di loro hanno votato per Joe Biden, come non pochi nuovi immigrati, in particolare Latinoamericani hanno scelto Donald Trump che li ha insultati. Il confine è zigzagante. Noi europei, elettori senza voto alle presidenziali d’ Oltreatlantico, abbiamo tirato un profondo sospiro di sollievo alla sconfitta di Trump. Ma se lui, Donald Trump, è stato sfrattato dalla Casa Bianca, i trumpisti, perlomeno i fedelissimi, non si sono rassegnati. E se Joe Biden riporterà alla nomalità i rapporti con l’Europa, si tratterà una normalità diversa. Perché la sua America cambia pelle.

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