I gliomi sono tumori cerebrali poco frequenti, ma i casi sono in aumento. Interessano spesso persone giovani, con un impatto importante sulla qualità di vita e sulla capacità di lavoro. Quando possibile, l’asportazione chirurgica è il primo fondamentale passo per poter aspirare alla guarigione e una ricerca italiana, pubblicata sulla rivista scientifica Neuro-oncology da un gruppo di ricercatori dell’Università Statale di Milano, apre importanti novità per il trattamento neurochirurgico dei gliomi di basso grado: dagli esiti dell’analisi condotta su circa 400 pazienti, l’applicazione della cosiddetta «resezione chirurgica supratotale» rallenta infatti la progressione della malattia e migliora la sopravvivenza.

Gliomi, tumori rari ma spesso aggressivi

I gliomi colpiscono circa 5 persone su 100.000 all’anno e rappresentano circa il 40% dei tumori che interessano il cervello. Ad oggi non esistono metodi per diagnosticarli precocemente. Ne esistono diversi tipi le cui caratteristiche dipendono, principalmente, dal tipo di cellula colpita e dal tasso di crescita della massa tumorale. Se alcuni sottotipi sono poco aggressivi, altri (come il glioblastoma) hanno una prognosi molto severa. «I gliomi di basso grado sono tumori dell’encefalo che si sviluppano nella popolazione giovane, esordiscono generalmente con crisi epilettiche e appaiono alla risonanza magnetica come masse diffuse altamente infiltrative, che coinvolgono uno o più lobi dell’encefalo — spiega Lorenzo Bello, neurochirurgo e responsabile dell’équipe di Neurochirurgia Oncologica all’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi, che ha coordinato lo studio —. Sono tumori maligni che includono i gliomi di II e III grado, crescono in modo continuo ed evolvono inesorabilmente verso tipologie con maggiore malignità».

Cos’è e a cosa serve la resezione chirurgica supratotale

Il trattamento tradizionale di questi tumori consiste in chirurgia, chemioterapia e radioterapia. Secondo le linee guida internazionali, la chirurgia è considerata il trattamento iniziale (quando fattibile, ovvero nel 18-40% dei casi) e mira all’asportazione di tutta la massa neoplastica visibile alla risonanza magnetica che si associa al miglior risultato oncologico in termine di progressione libera da malattia (ovvero il tempo che trascorre prima che il tumore si ripresenti) e sopravvivenza. «La durata media della progressione libera da malattia in caso di rimozione completa è circa 5 anni e mezzo nei gliomi di grado II e molto più corta (pochi anni) nel grado III — dice Bello —. Poi la neoplasia riprende a crescere e spesso evolve verso livelli maggiori di aggressività». È in questo contesto che s’inserisce la resezione chirurgica supratotale, una tecnica che consiste nell’asportazione del tumore al di là dei margini visibili alla risonanza magnetica, includendo nel margine di resezione anche il tessuto cerebrale. Trova il suo razionale oncologico nel fatto che queste neoplasie sono infiltranti e alcune cellule cancerose sono localizzate anche alcuni centimetri intorno alla massa visibile, all’interno del parenchima cerebrale che alla risonanza appare come normale.

Salvare le funzioni cerebrali è spesso possibile

«Allo stato attuale non erano disponibili lavori su ampie casistiche che definissero l’impatto di questa strategia operatoria sui gliomi di basso grado — continua Bello, la cui equipe ha adottato questa tecnica dal 2009 —. Veniva considerata non fattibile, se non in pochi casi. Inoltre si poneva il problema del mantenimento dell’integrità funzionale del paziente, poiché viene richiesta la rimozione di ampie aree di cervello apparentemente sano. Si procede attraverso l’uso di tecniche di brain mapping avanzato, che durante l’operazione consentono di mappare le varie funzioni cerebrali (motorie, motorie associative, linguistiche, cognitive, emozionali, empatiche, decisionali, legate alla memoria, eccetera), che dipendono da circuiti localizzati all’interno della sostanza bianca dell’encefalo. Il target di resezione non è l’immagine del tumore, ma la localizzazione e preservazione dei circuiti essenziali, che mediano queste funzioni. Il tessuto non funzionante, contenente il tumore e le aree infiltrative viene rimosso, mantenendo l’integrità funzionale del paziente». Studi clinici e neuropsicologici dimostrano come non ci sono differenze tra i pazienti sottoposti a resezione totale e supratotale e che più del 99% dei pazienti è in grado di ritornare a una vita normale.

I molti vantaggi dimostrati dallo studio

«Lo studio dimostra, per la prima volta al mondo e su una ampia casistica di pazienti, l’impatto funzionale della tecnica e la sua efficacia oncologica, in termini di progressione libera da malattia, evoluzione verso gradi di maggiore malignità e sopravvivenza: è un significativo cambio del paradigma di trattamento di queste neoplasie, che avrà importanti ricadute nella gestione dei malati» commenta Lorenzo Bello. I risultati ottenuti dalla ricerca dell’Università degli Studi di Milano mostrano che la tecnica è fattibile nel 35% dei pazienti (il 39% ha resezione totale); mantiene l’integrità funzionale della persona; impatta sul tempo di progressione libera di malattia, che nei malati sottoposti a resezione subtotale è stato di 29 mesi (100% dei pazienti ha una recidiva), in quelli a resezione completa, secondo risonanza magnetica, di 46 mesi (82,4% recidiva), mentre in quelli sottoposti a supratotale di 92 mesi, con il 94% dei pazienti che non ha malattia e solo il 5,4% è andato incontro a recidiva. Inoltre la nuova tecnica impatta sul tempo di trasformazione maligna (il 33% dei pazienti sottoposti ad asportazione completa sviluppa una recidiva più aggressiva, mentre evolve solo lo 0,08% di quelli sottoposti a resezione supratotale) e sul tempo di sopravvivenza: tutti i malati sottoposti a resezione supratotale con gliomi di grado II e III sono vivi a 5 e 9 anni, contro il 68,5% a 5 anni di quelli sottoposti a resezione totale.

20 gennaio 2021 (modifica il 20 gennaio 2021 | 20:17)

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