Lavorare stanca, ma anche andare in pensione costa fatica. E qualche rischio, perché in quello iato tra i giorni dell’impegno e l’ozio sfrenato si mette un’ipoteca sulla salute degli anni futuri. Non sempre idilliaci, con un’insoddisfazione che può aprire la porta a una serie di disturbi dell’umore e organici di cui i geriatri ci mettono sull’avviso da tempo. Un passaggio dunque da ponderare con consapevolezza, senza farsi incantare dalle sirene delle quote cento e dalle mille finestre. Certo non l’avrebbe mai potuto immaginare il barone Otto von Bismark quando nella Germania di fine Ottocento concedendo un sussidio agli anziani lavoratori «sopravvissuti» alla rivoluzione industriale di fatto introdusse il concetto di pensione. Se allora si trattava di pochissime persone e per un tempo assai breve, oggi fortunatamente le prospettive si sono ribaltate e c’è anche la possibilità di passare «a riposo» più anni di quelli che si sono trascorsi timbrando il cartellino. «Una ragione in più per prepararsi a viverlo nel modo migliore, anche se per l’essere umano il cambiamento è sempre una fatica, più per gli uomini che per le donne, che se non altro per la biologia sono più attrezzate alle trasformazioni del corpo e della vita» dice Rossana De Beni, docente di Psicologia dell’invecchiamento e Psicologia della Personalità e delle Differenze Individuali all’Università di Padova e presidente SIPI (Società italiana invecchiamento).

Effetti individuali

«Gli effetti sono individuali: più si ha una personalità rigida e controllante più è difficile adattarsi alla novità. Chi ha tratti di questo tipo nel corso della vita lavorativa si è trovato a suo agio nei ruoli di comando ma è più facile che vada in crisi quando quel ruolo viene a mancare. Rischia anche chi si mostra molto desideroso di andare in pensione, convinto che finalmente riuscirà a riposarsi perché nell’ultimo tratto della vita lavorativa è travolto dalle preoccupazioni e dallo stress ambientale. Ma se non fa niente per prepararsi potrebbe restare deluso. Per evitare contraccolpi negativi contano molto gli anni precedenti all’uscita dal lavoro».

Una breve luna di miele

Detto così sembra facile, ma prepararsi come? Non tutti possono avere l’intuizione del dottor Borg del Posto delle fragole. Nel film di Bergman l’anziano medico in sogno comprende quali passi gli sono necessari per adeguarsi ai cambiamenti della vita e ritrovare un nuovo «posto nel mondo». «A sessanta, settant’anni è difficile avviare qualcosa di totalmente nuovo, più utile proseguire con interessi coltivati prima, recuperare interessi trascurati, in questo è avvantaggiato chi ha svolto lavori intellettuali, che spesso lasciano margini per continuare in forma diversa» aggiunge De Beni. «Chi aveva un lavoro non gratificante, vissuto solo come fonte di reddito avverte di più il vuoto, anche se l’insoddisfazione di fondo c’era anche prima che il tempo libero la portasse in evidenza. Perché non c’è da illudersi: riposare, non avere orari, gratifica solo nella prima fase, quella della “luna di miele con la pensione”, poi passati pochi mesi c’è il vuoto se non si è ricostruita una nuova quotidianità».

Eredità di competenze

Per ritrovare un ruolo sociale ci si può rimettere in pista come il pensionato-stagista del film di Nancy Meyers, ma più di tutto aiuta la coscienza di aver completato un percorso e di poter passare il testimone, lasciando un’eredità di competenze a chi arriva dopo. «La generosità nel trasmettere il sapere e la proattività nel riconfigurarsi sono le due chiavi per affrontare bene la fase post lavoro, ma difficili da usare quando c’è la sensazione di essere stati espulsi dal lavoro prima del tempo, se si crea una frattura» avverte De Beni. Una situazione che la crisi economica rende tutt’altro che infrequente e che può essere almeno in parte mitigata dalla rete di relazioni sulle quali si è investito e che sono il vero capitale su cui contare.

Relazioni umane

«Se le donne di solito vivono meglio l’età della pensione è perché sono abituate a investire di più nella vita affettiva. Ma in generale gli anziani hanno chiaro che mantenere le relazioni, sociali e amicali, sia importante, e lo dimostrano anche da come si stiano appropriando degli strumenti tecnologici per mantenersi in contatto con i più giovani» dice De Beni, che ricorda anche come le interazioni sociali siano necessariamente diverse nelle fasce d’età. Negli anni Novanta la psicologa Laura L. Carstensen dell’Università di Stanford con la teoria della selettività socio-emotiva ha spiegato come nell’invecchiamento funzioni il sistema affettivo/selettivo, per cui l’anziano ha poche amicizie ma solide, il contrario di quanto accade ai giovani che hanno bisogno di apertura e quindi di molti amici/conoscenti. Chi riesce ad andare in pensione pensando da “vecchio” in senso positivo, quindi dando significato alla gerarchia dei valori vive meglio il passaggio.

Cosa faranno i baby boomers?

Se c’è una categoria da tenere d’occhio alla soglia del pensionamento è quella dei baby boomers. Non in senso demografico (preoccupazione che lasciamo agli enti previdenziali) ma perché i figli del boom economico, nati negli anni ’50-’60 del secolo scorso appartengono a una generazione straordinaria, la prima con accesso generalizzato all’istruzione, che ha visto le donne occupare in massa posti di lavoro e che è cresciuta con una alimentazione sufficiente, i vaccini, le cure del sistema sanitario. Un insieme di circostanze senza precedenti nella storia dell’umanità, che ha fatto volare le aspettative di vita (nel nostro Paese 80,8 anni per gli uomini e 85,2 per le donne, secondo i dati Istat 2019, pre Covid) e che ha fatto dire allo psicologo e gerontologo americano Ken Dychtwald nel suo ultimo saggio (What Retirees Want, ed. Wiley) che queste persone stanno vivendo una «seconda fioritura». Ma anche la generazione che non si è persa una «rivoluzione», che mostra di avere tutte le risorse per «re-inventarsi» dopo tanti anni in ufficio deve fare i conti con l’ageism. «La discriminazione in base all’età è la trappola più rischiosa, siamo vittime di una cultura che contrappone vecchi e giovani, anche nella produzione, quando invece lo scambio intergenerazionale sarebbe la formula per superare lo strappo» conclude De Beni. In fondo, si tratta di applicare l’ironica saggezza di Gerald Marzorati, autore del memoir Tardi sulla palla (Add). Il giornalista dedicandosi da pensionato a una vecchia passione, il tennis, ha capito che «non c’è più lo scatto di una volta, ma che soddisfazione avere tutto il tempo per perfezionare la tecnica!».

Di admin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Shares

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi